Italia (1923-1985)
Un segno nello spazioSituato nella zona esterna della Via Lattea, il Sole impiega circa 200 milioni d’anni a compiere una rivoluzione completa della Galassia.Esatto, quel tempo là ci si impiega, mica meno –
disse Qfwfq, – io una volta passando feci un segno in un punto dello spazio, apposta per poterlo ritrovare duecento milioni d’anni dopo, quando saremmo ripassati di lí al prossimo giro. Un segno come? È difficile da dire perché se vi si dice segno voi pensate subito a un qualcosa che si distingua da un qualcosa, e lí non c’era niente che si distinguesse da niente; voi pensate subito a un segno marcato con qualche arnese oppure con le mani, che poi l’arnese o le mani si tolgono e il segno invece resta, ma a quel tempo arnesi non ce n’erano ancora, e nemmeno mani, o denti, o nasi, tutte cose che si ebbero poi in seguito, ma molto tempo dopo. La forma da dare al segno, voi dite non è un problema perché, qualsiasi forma abbia, un segno basta serva da segno, cioè sia diverso oppure uguale ad altri segni: anche qui voi farete presto a parlare, ma io a quell’epoca non avevo esempi a cui rifarmi per dire lo faccio uguale o lo faccio diverso, cose da copiare non ce n’erano, e neppure una linea, retta o curva che fosse, si sapeva cos’era, o un punto, o una sporgenza o rientranza. Avevo l’intenzione di fare un segno, questo sì, ossia avevo l’intenzione di considerare segno una qualsiasi cosa che mi venisse fatto di fare, quindi avendo io, in quel punto dello spazio e non in un altro, fatto qualcosa intendendo di fare un segno, risultò che ci avevo fatto un segno davvero.
Insomma, per essere il primo segno che si faceva nell’universo, o almeno nel circuito della Via Lattea, devo dire che venne molto bene. Visibile? Sí, bravo, e chi ce li aveva gli occhi per vedere, a quei tempi là? Niente era mai stato visto da niente, nemmeno si poneva la questione. Che fosse riconoscibile senza rischio di sbagliare, questo sí: per via che tutti gli altri punti della spazio erano uguali e indistinguibili, e invece questo aveva il segno.
Così i pianeti proseguendo nel loro giro, e il Sistema solare nel suo, ben presto mi lasciai il segno alle spalle, separato da campi interminabili di spazio. E già non potevo trattenermi dal pensare a quando sarei tornato a incontrarlo, e come l’avrei riconosciuto, e al piacere che mi avrebbe fatto, in quella distesa anonima, dopo centomila anni-luce percorsi senza imbattermi in nulla che mi fosse familiare, nulla per centinaia di secoli, per migliaia di millenni, ritornare ed eccolo lí al suo posto, tal quale come l’avevo lasciato, nudo e crudo, ma con quell’impronta – diciamo – inconfondibile che gli avevo data.
Lentamente la Via Lattea si voltava su di sé con le sue frange di costellazioni e di pianeti e di nubi, e il Sole insieme al resto, verso il bordo. In tutta quella giostra, solo il segno stava fermo, in un punto qualunque, al riparo da ogni orbita (per farlo, m’ero spostato un po’ dai margini della Galassia, in modo che restasse al largo e il rotolare di tutti quei mondi non gli venisse addosso), in un punto qualunque che non era più qualunque dal momento che era l’unico punto che si fosse sicuri che era lí, e in rapporto al quale potevano essere definiti gli altri punti.
Ci pensavo giorno e notte; anzi, non potevo pensare ad altro; ossia, era quella la prima occasione che avevo di pensare qualcosa; o meglio, pensare qualcosa non era mai stato possibile, primo perché mancavano le cose da pensare, e secondo perché mancavano i segni per pensarle, ma dal momento che c’era quel segno, ne veniva la possibilità che chi pensasse, pensasse un segno, e quindi quello lí, nel senso che il segno era la cosa che si poteva pensare e anche il segno della cosa pensata cioè di se stesso.
Dunque la situazione era questa: il segno serviva a segnare un punto, ma nello stesso tempo segnava che lí c’era un segno, cosa ancora più importante perché di punti ce n’erano tanti mentre di segni c’era solo quello, e nello stesso tempo il segno era il mio segno, il segno di me, perché era l’unico segno che io avessi mai fatto e io ero l’unico che avesse mai fatto segni. Era come un nome, il nome di quel punto, e anche il mio nome che io avevo segnato su quel punto, insomma era l’unico nome disponibile per tutto ciò che richiedeva un nome.
Trasportato dai fianchi della Galassia il nostro mondo navigava al di là di spazi lontanissimi, e il segno era là dove l’avevo lasciato a segnare quel punto, e nello stesso tempo segnava me, me lo portavo dietro, mi abitava, mi possedeva interamente, s’intrometteva tra me e ogni cosa con cui potevo tentare un rapporto. Nell’attesa di tornare a incontrarlo, potevo cercare di derivarne altri segni e combinazioni di segni, serie di segni uguali e contrapposizioni di segni diversi. Ma erano passate già decine e decine di migliaia di millenni dal momento in cui l’avevo tracciato (anzi: dai pochi secondi in cui l’avevo buttato giú nel continuo movimento della Via Lattea) e proprio ora che avevo bisogno di tenerlo presente in ogni suo particolare (la minima incertezza su com’era fatto rendeva incerte le possibili distinzioni rispetto ad altri segni eventuali) mi resi conto che, nonostante lo avessi in mente nei suoi sommari contorni, nella sua apparenza generale, pure qualcosa me ne sfuggiva, insomma, se cercavo di scomporlo nei suoi vari elementi, non mi ricordavo piú se tra un elemento e l’altro facesse cosí oppure cosà. Avrei dovuto averlo lí davanti, studiarlo, consultarlo, mentre invece ero lontano ancora non sapevo quanto, perché l’avevo fatto proprio per sapere il tempo che ci avrei messo a ritrovarlo, e finché non l’avessi ritrovato non l’avrei saputo. Adesso però non era il motivo per cui l’avevo fatto che m’importava, ma il com’era fatto, e mi misi a fare ipotesi su questo come, e teorie secondo le quali un dato segno doveva essere necessariamente in un dato modo, o procedendo per esclusione provavo a eliminare tutti i tipi di segni meno probabili per arrivare a quello giusto, ma tutti questi segni immaginari svanivano con una labilità inarrestabile perché non c’era quel primo segno a far da termine di confronto. In questo arrovellarmi (mentre la Galassia continuava a rigirarsi insonne nel suo letto di morbido vuoto, come mossa dal prurito di tutti i mondi e gli atomi che s’accendevano e radiavano) capii che ormai avevo perso anche quella confusa nozione del mio segno, e riuscivo a concepire solo frammenti di segni intercambiabili tra loro, cioè segni interni al segno, e ogni cambiamento di questi segni all’interno del segno cambiava il segno in un segno completamente diverso, ossia m’ero bell’e dimenticato di come il mio segno fosse e non c’era verso di farmelo tornare in mente.
Mi disperai? No, la dimenticanza era seccante, ma non irrimediabile. Comunque andasse, sapevo che il segno era là ad aspettarmi, fermo e zitto. Ci sarei arrivato, l’avrei ritrovato e avrei potuto riprendere il filo dei miei ragionamenti. A occhio e croce, dovevamo essere arrivati già a metà percorso della nostra rivoluzione galattica: ci voleva pazienza, la seconda metà dà sempre l’impressione di passare piú alla svelta. Adesso non dovevo pensare ad altro che al fatto che il segno c’era e che sarei ripassato di lí.
Un giorno dopo l’altro, ormai dovevo esser vicino. Fremevo d’impazienza perché mi potevo imbattere nel segno a ogni istante. Era qui, no, un po’ piú in là, ora conto fino a cento… Che non ci fosse piú? Che l’avessi già passato? Niente. Il mio segno era rimasto chissà dove, indietro, completamente fuori mano rispetto all’orbita di rivoluzione del nostro sistema. Non avevo fatto i conti con le oscillazioni cui, specie a quei tempi, erano soggette le forze di gravità dei corpi celesti e che li portavano a disegnare orbite irregolari e frastagliate come fiori di dahlia. Per un centinaio di millenni mi arrovellai a rifare i miei calcoli: risultò che il nostro percorso toccava quel punto non ogni anno galattico ma soltanto ogni tre, cioè ogni seicento milioni di anni solari. Chi ha aspettato duecento milioni di anni può aspettarne anche seicento; e io aspettai; la via era lunga ma non dovevo mica farla a piedi; in groppa alla Galassia percorrevo gli anni-luce caracollando sulle orbite planetarie e stellari come in sella ad un cavallo dagli zoccoli sprizzanti scintille; ero in uno stato di esaltazione via via crescente; mi pareva di avanzare alla conquista di ciò che per me solo contava, segno e regno e nome…
Feci il secondo giro, il terzo. C’ero. Lanciai un grido. In un punto che doveva proprio essere quel punto, al posto del mio segno c’era un fregaccio informe, un’abrasione dello spazio slabbrata e pesta. Avevo perduto tutto: il segno, il punto, quello che faceva sí che io – essendo quello di quel segno in quel punto – fossi io. Lo spazio, senza segno, era tornato una voragine di vuoto senza principio né fine, nauseante, in cui tutto – me compreso – si perdeva. (E non mi si venga a dire che, per segnare un punto, il mio segno o la cancellatura del mio segno facevano proprio lo stesso: la cancellatura era la negazione del segno, e quindi non segnava, cioè non serviva a distinguere un punto dai punti precedenti e seguenti).
Lo sconforto mi prese e mi lasciai trascinare molti anni-luce come privo di sensi. Quando finalmente alzai gli occhi (nel frattempo, la vista era cominciata nel nostro mondo, e di conseguenza anche la vita), quando alzai gli occhi vidi lí quel che non mi sarei mai aspettato di vedere. Lo vidi, il segno, ma non quello, un segno simile, un segno senza dubbio copiato dal mio, ma che si capiva subito che non poteva essere il mio, tozzo com’era e sbadato e goffamente pretenzioso, una laida contraffazione di quello che io avevo inteso segnare in quel segno e la cui indicibile purezza solo ora riuscivo – per contrasto – a rievocare. Chi mi aveva giocato questo tiro? Non riuscivo a darmene ragione. Finalmente, una plurimillenaria catena d’induzioni mi portò alla soluzione: su di un altro sistema planetario che compiva la sua rivoluzione galattica innanzi a noi, stava un certo Kgwgk (il nome fu dedotto in seguito, nella piú tarda epoca dei nomi), tipo dispettoso e divorato dall’invidia, che in un impulso vandalico aveva cancellato il mio segno e poi s’era messo con sguaiato artificio a tentare di marcarne un altro.
Era chiaro che quel segno non aveva niente da segnare se non l’intenzione di Kgwgk d’imitare il mio segno, per cui non c’era nemmeno da metterli a confronto. Ma in quel momento, il desiderio di non darla vinta al rivale fu in me piú forte d’ogni altra considerazione: volli subito tracciare un nuovo segno nello spazio che fosse un vero segno e facesse morire d’invidia Kgwgk. Erano pressapoco settecento milioni di anni che non mi provavo piú a fare un segno, dopo quel primo: mi ci rimisi di lena. Ma adesso le cose erano diverse, perché il mondo, come vi ho accennato, stava cominciando a dare un’immagine di sé, e in ogni cosa alla funzione cominciava a corrispondere una forma, e le forme d’allora si credeva che avessero un lungo avvenire davanti a sé (invece non era vero: vedi – per rifarci a un caso relativamente recente – i dinosauri), e quindi in questo mio nuovo segno era sensibile l’influenza di come allora si vedevamo le cose, chiamiamolo lo stile, quel modo speciale che ogni cosa aveva di star lí in un certo modo. Devo dire che io ne fui proprio soddisfatto, e non mi veniva piú da rimpiangere quel primo segno cancellato, perché questo mi pareva enormemente piú bello.
Ma già nella durata di quell’anno galattico, si cominciò a capire che fino a quel momento le forme del mondo erano state provvisorie e che sarebbero cambiate una per una. E a questa consapevolezza s’accompagnò un fastidio per le vecchie immagini, tale che non se ne poteva soffrire nemmeno il ricordo. E io cominciai a essere tormentato da un pensiero: avevo lasciato quel segno nello spazio, quel segno che m’era parso tanto bello e originale e adatto alla sua funzione, e che adesso appariva alla mia memoria in tutta la sua pretenziosità fuor di luogo, come segno innanzitutto d’un modo antiquato di concepire i segni, e della mia sciocca complicità con un assetto delle cose da cui avrei dovuto sapermi distaccare in tempo. Insomma, mi vergognavo di quel segno che continuava per secoli a esser costeggiato dai mondi in volo, dando un ridicolo spettacolo di sé e di me e di quel nostro modo di vedere provvisorio. Delle vampe di rossore mi prendevano quando lo ricordavo (e lo ricordavo continuamente), che duravano intere ere geologiche: per nascondere la mia vergogna sprofondavo nei crateri dei vulcani, affondavo i denti per il rimorso nelle calotte delle glaciazioni che coprivano i continenti. Ero assillato dal pensiero che Kgwgk, precedendomi sempre nel periplo della Via Lattea, avrebbe visto il segno prima che io lo potessi cancellare, e da quel villanzone che era mi avrebbe deriso e fatto il verso, ripetendo per spregio il segno in rozze caricature per ogni angolo della sfera circumgalattica.
Invece stavolta la complicata orologeria astrale mi fu favorevole. La costellazione di Kgwgk non incontrò il segno, mentre il nostro sistema solare ripiombò lí puntualmente al termine del primo giro, cosí accosto che ebbi modo di cancellare tutto con la massima cura.
Adesso, di segni miei nello spazio non ce n’era neanche uno. Potevo mettermi a tracciarne un altro, ma ormai sapevo che i segni servono anche a giudicare chi li traccia, e che in un anno galattico i gusti e le idee hanno tempo di cambiare, e il modo di considerare quelli di prima dipende da quel che viene dopo, insomma avevo paura che quello che ora mi poteva apparire un segno perfetto, tra duecento o seicento milioni d’anni mi avrebbe fatto fare brutta figura. Invece, nel mio rimpianto, il primo segno, vandalicamente cancellato da Kgwgk, restava inattaccabile dal mutare dei tempi, come quello che era nato prima d’ogni inizio delle forme e che doveva contenere qualcosa che a tutte le forme sarebbe sopravvissuto, cioè il fatto di essere segno e basta.
Fare segni che non fossero quel segno non aveva piú interesse per me; e quel segno l’avevo dimenticato ormai da miliardi d’anni. Cosí, non potendo fare dei veri segni ma volendo in qualche modo dar fastidio a Kgwgk, mi misi a fare dei segni finti, delle tacche nello spazio, dei buchi, delle macchie, trucchetti che solo un incompetente come Kgwgk poteva scambiare per segni. Eppure egli si accaniva a farli sparire sotto le sue cancellature (come constatavo nei giri susseguenti), con un impegno che doveva ben costargli fatica. (Io adesso seminavo di questi finti segni lo spazio, per vedere fino a che punto arrivava la sua dabbenaggine).
Ora, osservando questa cancellature un giro dopo l’altro (le rivoluzioni della Galassia ormai erano diventate per me un navigare pigro e annoiato, senza scopo né attesa), mi resi conto di una cosa: col passare degli anni galattici esse tendevano a sbiadire nello spazio, e sotto riaffiorava quello che avevo marcato io in quel punto, il mio – come dicevo – finto-segno. La scoperta, lungi dallo spiacermi, mi riaccese di speranza. Se le cancellature di Kgwgk si cancellavano, la prima che egli aveva fatta, là in quel punto, doveva essere ormai sparita, e il mio segno doveva essere tornato alla sua primitiva evidenza!
Così l’attesa tornò a dare ansia ai miei giorni. La Galassia si voltava come una frittata nella sua padella infuocata, essa stessa padella friggente e dorato pesceduovo; ed io friggevo con lei dall’impazienza.
Ma nel passare degli anni galattici lo spazio non era piú quella distesa uniformemente brulla e scialba. L’idea di marcare con dei segni i punti dove si passava, cosí com’era venuta a me e a Kgwgk, l’avevano avuta in tanti, sparsi su miliardi di pianeti d’altri sistemi solari, e continuamente m’imbattevo in uno di questo cosi, o un paio, o addirittura una dozzina, semplici ghirigori bidimensionali, oppure solidi a tre dimensioni (per esempio, dei poliedri), o anche roba messa su con piú accuratezza, con la quarta dimensione e tutto. Fatto sta che arrivo al punto del mio segno, e ce ne trovo cinque, tutti lí. E il mio non son buono a riconoscerlo. È questo, no è quest’altro, macché, questo ha l’aria troppo moderna, eppure potrebbe anche essere il piú antico, qui non riconosco la mia mano, figuriamoci se a me veniva in mente di farlo cosí… E intanto la Galassia scorreva nello spazio e si lasciava dietro segni vecchi e segni nuovi e io non avevo ritrovato il mio.
Non esagero dicendo che quelli che seguirono furono gli anni galattici peggiori che avessi mai vissuto. Andavo avanti a cercare, e nello spazio si infittivano i segni, da tutti i mondi chiunque ne avesse la possibilità ormai non mancava di marcare la sua traccia nello spazio in qualche modo, e il nostro mondo pure, ogni volta che mi voltavo, lo trovavo piú gremito, tanto che mondo e spazio parevano uno lo specchio dell’altro, l’uno e l’altro minutamente istoriati di geroglifici e ideogrammi, ognuno dei quali poteva essere un segno e non esserlo: una concrezione calcarea sul basalto, una cresta sollevata dal vento sulla sabbia rappresa del deserto, la disposizione degli occhi nelle piume del pavone (pian piano il vivere tra i segni aveva portato a vedere come segni le innumerevoli cose che prima stavano lí senza segnare altro che la propria presenza, le aveva trasformate nel segno di se stesse e sommate alla serie dei segni fatti apposta da chi voleva fare un segno), le striature del fuoco contro una parete di roccia scistosa, la quattrocentoventisettesima scanalatura – un po’ di sbieco – della cornice del frontone d’un mausoleo, una sequenza di striature su un video durante una tempesta magnetica (la serie di segni si moltiplicava nella serie dei segni di segni, di segni ripetuti innumerevoli volte sempre uguali e sempre in qualche modo differenti perché al segno fatto apposta si sommava il segno capitato lí per caso), la gamba male inchiostrata della lettera R che in una copia d’un giornale della sera s’incontrava con una scoria filamentosa della carta, una tra le ottocentomila scrostature di un muro incatramato in un’intercapedine dei docks di Melbourne, la curva d’una statistica, una frenata sull’asfalto, un cromosoma… Ogni tanto, un soprassalto: È quello! e per un secondo ero sicuro d’aver ritrovato il mio segno, sulla terra o nello spazio non faceva differenza perché attraverso i segni s’era stabilita una continuità senza piú un netto confine.
Nell’universo ormai non c’erano più un contenente e un contenuto, ma solo uno spessore generale di segni sovrapposti e agglutinati che occupava tutto il volume dello spazio, era una picchiettatura continua, minutissima, un reticolo di linee e graffi e rilievi e incisioni, l’universo era scarabocchiato da tutte le parti, lungo tutte le dimensioni. Non c’era piú modo di fissare un punto di riferimento: la Galassia continuava a dar volta ma io non riuscivo piú a contare i giri, qualsiasi punto poteva essere quello di partenza, qualsiasi segno accavallato agli altri poteva essere il mio, ma lo scoprirlo non sarebbe servito a niente, tanto era chiaro che indipendentemente dai segni lo spazio non esisteva e forse non era mai esistito.
, Torino: Einaudi, 1965, pp. 39-51